FACCIA A FACCIA – Palazzo del Bue

PALAZZO DEL BUE Via G.Marconi, 44 Rivarolo Mantovano (MN)

FACCIA A FACCIA

Palazzo del BUE prosegue il suo programma di mostre inaugurando la collettiva d’arte FACCIA A FACCIA, a cura di Anna Bottoli e Sauro Poli. Espongono Bruno Arcari, Marco Cagnolati, Armando Chitolina, Andrea Federici, Martino Fiorattini, Claudia Melegari, Fiorella Parolini, Sauro Poli, Andrea Savazzi, Stefano Spagnoli e Giorgio Tentolini.

 

Undici artisti che si mettono insieme, fianco a fianco, raggruppati e silenti, mettendoci le facce. Ogni pittore ha le proprie visioni, i propri mezzi per costruire l’immagine, ciò non indica una maniera, ne tanto meno un tecnicismo, è passione e amore per l’arte.

Sauro Poli

FACCIA A FACCIA. Incisivo il titolo di questa collettiva d’arte contemporanea, che mette in relazione le opere di undici artisti, perché implica il confronto di idee, opinioni e visioni opposte o comunque differenti. Guardare e vedere muovono entrambi da un’azione osservativa che risulta uguale nella forma ma diversa nella sostanza. Il vedere non è risolutivo; potremmo vedere qualcosa o qualcuno per un tempo infinito senza arrivare ad una conclusione. Ogni risultato dell’azione osservativa legata al verbo vedere non ha effetto se l’oggetto osservato non viene realmente guardato. Il verbo guardare arricchisce il significato della frase e ne fa assumere una connotazione elevata. La persona che guarda non ha semplicemente visto ma si è spinta oltre raggiungendo l’obbiettivo dell’osservazione, ha compreso l’oggetto visto in precedenza. Non siamo di certo gli unici ad aver avvertito la necessità di cambiare punto di vista e il bisogno di un diverso tipo di sguardo, di con-dividerlo, perché nella conferma o nel dissenso dello sguardo altrui ci ri-conosciamo. In questo periodo percepiamo la paura di un ritorno alla solitudine e allo stesso tempo sentiamo l’esigenza di un ritorno al contatto umano, per questo abbiamo deciso di esporre opere che ci invitano a cambiare punto di vista: Chi guarda? Ci guardano o le guardiamo? Si guardano o ci guardiamo?

Anna Bottoli, curatrice


BRUNO ARCARI nasce a Sissa, Parma, nel 1954. Si diploma all’Istituto d’Arte Paolo Toschi di Parma e fin da subito si dedica all’arte e alla pittura aprendo un laboratorio artigiano di cornici d’arte a Casalmaggiore, dove ancora oggi risiede, il quale, nel tempo, è diventato un punto di ritrovo e di confronto per tutti gli appassionati d’arte. Nella sua formazione ha avuto un ruolo importante l’incontro con Goliardo Padova, un capo scuola del chiarismo lombardo. Arcari ama dipingere l’ambiente padano e il grande fiume Po; la natura costituisce infatti una delle tematiche fondamentali della sua pittura. Nelle raffigurazioni paesaggistiche la figura umana è assente, non è contemplata. Diversa è la produzione dei ritratti eseguiti a carboncino, gessetti e oli, volta a rappresentare persone a lui care. Tratti, linee veloci, caricaturali, poi il colore che ne rafforza l’espressione. Ritrae le facce come se fossero paesaggi. Il quadro diventa un luogo silenzioso, una visione contemplativa del reale, avvalorato dalle scelte cromatiche che variano a volte tra materia e segno, tra materia e gesto. Non importa quanto sia realistico il ritratto, ma quanto ci sia oltre l’aspetto esteriore del visibile, cerca di andare oltre a ciò che appare in una elegante rappresentazione, a volte drammatica.

 

MARCO CAGNOLATI nasce a Boretto, Reggio Emilia, nel 1959, e risiede a Brescello, Reggio Emilia. Figlio d’arte, suo padre Galliano è stato un grande artista, pittore del Po e delle nebbie. Marco si diploma all’Istituto d’Arte Paolo Toschi di Parma, poi all’Accademia di Belle Arti a Bologna. È un artista a tutto tondo, i suoi interessi spaziano dal cinema alla video-art, dalla pittura alla letteratura ed è anche critico d’arte. Già a nove anni vince il suo primo premio al concorso di estemporanea a Boretto. Elogiato dai più famosi critici d’arte con i quali stringe rapporti di amicizia in special modo Vittorio Sgarbi, Angelo Leidi, e Sergio Zanichelli. È co-fondatore del Museo Peppone e Don Camillo dedicato alla cinematografia dei famosi film; è stato attore protagonista e comparsa in diversi film. Persona colta, perspicace, artisticamente preparato, polivalente, nel pieno possesso dei suoi mezzi, e ne è consapevole. Per Marco la pittura rappresenta la possibilità di trasmettere le emozioni attraverso immagini, come fotogrammi di un film, un linguaggio espressivo che il pittore conosce. Cagnolati della sua arte dice: “I miei quadri non sono quelli che siete abituati a vedere, dove non c’è niente da capire perché è tutto comprensibile all’istante”.

 

ARMANDO CHITOLINA nasce a Parma nel 1950. Si diploma all’Istituto d’Arte Paolo Toschi della città e successivamente frequenta l’Accademia di Belle Arti di Brera, Milano. È tra i fondatori di Grafica Moderna che lo porta a ricoprire diversi ruoli, come designer di tessuti di prestigiose case di moda milanesi. Art Director di rinomati periodici come Vogue Italia e consulente d’immagine per aziende ed istituti pubblici. Pittore della metamorfosi del volto. Ci tiene a precisare che questi suoi lavori sono come un “divertissement”. Gioca con i materiali, usa frammenti di stoffa, fa citazioni, nel desiderio di lasciare affiorare il disegno, la sagoma di un volto. Nei suoi ritratti emergono due elementi distintivi: la memoria di un universo visivo trasformato e l’espressione di un desiderio: lasciare affiorare, intravedere, intuire la sagoma di un volto. La solidità nella grafica, nel disegno, nella pittura, e l’arte di comporre si alternano creando così un universo onirico sempre diverso. Il gioco fa emergere la capacità di abbandonarsi ad un “altro mondo” dove troviamo godimento intellettuale. Per Chitolina il volto è un “Objet Trouvè” che fa muovere l’immaginazione ma di cui abbiamo dimenticato l’attesa apparizione del primo incontro.

 

ANDREA FEDERICI nasce a Casalmaggiore, Cremona, si diploma all’Istituto d’Arte Toschi di Parma e successivamente all’Accademia di Belle Arti di Bologna. Sperimenta diversi linguaggi pittorici occupandosi inizialmente di fotografia, che poi successivamente abbandona in favore della pittura, passione che coltiva fin da adolescente. Attratto dall’arte figurativa conosce, ancora da giovane, il pittore Tino Aroldi che frequenta la sua famiglia ed avrà una certa influenza nella sua pittura, sopratutto nell’idea del colore. Studia le tecniche di pittura antica con le quali realizza un ciclo di quadri, per poi spostarsi verso la direzione di tecniche più moderne che gli consentono una resa più immediata e vibrante, con una concezione più intimistica, più eterogenea, un connubio tra realtà e interiorità. Nei ritratti è evidente il cenno alla tradizione classica, rivisitata attraverso il filtro degli stilemi del ritorno all’ordine, il riferimento è a Felice Casorati. Nei dipinti ritroviamo un’umanità immersa in una dimensione dove il corpo e lo spirito non sono più in conflitto, la sua missione è di rivelare all’uomo contemporaneo un sentiero che lo porti a trovare e perdersi nella bellezza… Bellezza oggi considerata alla stregua del concetto di tabù.

 

MARTINO FIORATTINI (1928-1997) da Casteldidone, Cremona, è stato una vera rivelazione artistica. Martino era un uomo molto semplice, amava la sua terra; per lui la natura aveva un’evidente sacralità e dipingerla costituiva un’autentica espressione del suo mondo interiore. Iniziò a dipingere a più di cinquant’anni, in piena maturità, da autodidatta, posseduto dalla passione per la pittura. Nelle sue tele si raccontano piccole storie di fiori, piante animate, storie di animali, il confronto tra il cavallo e la lince, la volpe con il pollo in bocca, tutte raccontate con prospettive sbilenche e sovrapposte. E poi altre storie: il suo amico Ireneo, la Contessa, il suo magnifico autoritratto -esposto al museo Diotti- vestito a festa, e personaggi raffigurati nella loro fierezza, uno lo dipinge con la sua “aura”, perché Martino vedeva cose che altri non vedono. Preferiva dipingere di notte, anche in inverno, e non mostrava mai le sue opere. Ha dipinto per più dieci anni con fervore, capacità espressiva, un turbinio di colori brillantissimi. Chi, come me, li ha visti rimane in uno stato di piacevole smarrimento, i suoi colori accesi e netti, i cieli e le nubi rutilanti come i cieli di Van Gogh, le sue visioni ingenue, primitive ed emozionanti.

 

CLAUDIA MELEGARI nasce a Bozzolo, Mantova, nel 1977, risiede a Casatico di Marcaria e si è diplomata all’Accademia di Belle Arti di Brera, Milano. Per introdurre efficacemente l’arte di Claudia forse sarebbe opportuno uscire dagli schemi, uscire dal seminato, evadere per riposizionare l’attenzione lontano da qui. Basterebbe scrivere d’altro, di equilibri sospesi nel vuoto. I volti, le facce, sono rielaborazioni fotografiche che nella realtà non esistono, sono pretesti estetici, minimalismi cromatici che servono solo ad una indagine cognitiva. Si serve del lirismo del colore per arrivare ad emozionare chi guarda. Per arrivare a queste provocazioni cromatiche, a queste sonorità, occorre una profonda ricerca e conoscenza del proprio intimo, per sintetizzare attraverso poche pennellate la bellezza, dove i contrasti di colore e i toni si fondono in una autentica sinfonia musicale. La sua pittura può attivare processi che vanno fuori controllo, l’opera può per tanto diventare portatrice di realtà trascendentali, infinite, lontane da qualsiasi premeditazione.

 

FIORELLA PAROLINI nasce a Pessina Cremonese in provincia di Cremona nel 1964, è autodidatta e dipingere è la sua passione. Nei ritratti predilige il genere femminile che esprime realizzando le Geisha, ragazze giapponesi attraenti, colte e raffinate, addette a intrattenere gli ospiti di una casa da tè; Geisha è una parola che nasce dall’unione di due kahji: “arte” e “persona” e in giapponese significa “persona esperta nelle belle arti e nelle belle maniere”, queste figure femminili sono state dipinte da maestri giapponesi quali Hiroshige, Utamaro e Hokusai. Il contrasto di colori tra la pelle bianca, diafana come la porcellana, elemento distintivo tipico dell’incarnato orientale, e ciò che la circonda rende la figura eterea. L’aggiunta di gioielli sulla tela trasporta l’insieme nel mondo sfarzoso del Rococò, uno stile ornamentale sviluppatosi in Francia nella prima metà del Settecento, termine che deriva dal francese rocaille: decorazione eseguita con pietre, rocce e conchiglie, utilizzate come abbellimento. È così che Fiorella si diverte, nelle sue tele gioca con i contrasti sia del colore che degli stili.

 

SAURO POLI nasce a Pomponesco, Mantova, nel 1950. Si diploma all’Istituto d’Arte Giulio Romano, Mantova. La sua pittura può essere considerata una mappa di territori mentali visti, percepiti, immaginati e ricostruiti sulla tela usando colori e geometrie variabili. Si tratta naturalmente di pittura informale, astratta e visionaria, destrutturata e dalla non semplice decodificazione. Il linguaggio artistico è senza dubbio di astrazione lirica espressionista del colore e la realtà che viene percepita è un continuo scambio di sensazioni, come se il colore e la realtà si intrecciassero in un dialogo continuativo. Tutto ciò avviene secondo una procedura meticolosa in cui nulla è lasciato al caso, perché ogni dettaglio è perfettamente funzionale, secondo una visione che fonde pensiero e logica da un lato ed ispirazione ed intuizione dall’altro. L’intuizione creativa, come anche la percezione, sono stati della sua vitalità intellettiva. Destrutturare per poi ricomporre, riordinare inteso come assunzione del rischio di dipingere un quadro senza un progetto iniziale, lasciando che il quadro nasca liberamente e si riveli in tutto il suo fascino.

 

ANDREA SAVAZZI nasce a Casalmaggiore nel 1974, si diploma all’Istituto d’Arte Toschi di Parma, sezione arti grafiche. Ha già all’attivo numerose mostre sia personali che collettive. Ha vinto numerosi concorsi tra i quali il primo Premio di Pittura Rivarolo nel 2016. Il fare arte di Andrea Savazzi è una elaborazione pittorica di un’immagine già vista, preesistente, presa da una fotografia, da un un vecchio quadro, da immagini di fatti eclatanti da noi già visti e memorizzati. Li dipinge con colori che rappresentano la realtà, ma che, dopo una attenta visione, sembrano disfarsi, sciogliersi in una sorta di disturbo ottico, una non messa a fuoco. Sono rappresentazioni del già visto, del già vissuto in un lento disfacimento come faceva Francis Bacon. Nei suoi ritratti, tra surrealismo e dadaismo, il discorso pittorico si fa interessante. Colora alla maniera antica, si ritrae in pose e costumi d’epoca con un linguaggio pittorico ironico, giocoso, ma in chiave decadente, tipico dei pittori fiamminghi e di Caravaggio. La rappresentazione pittorica è straniante, dipingere se stesso è dipingere il vero? Sorge un salutare dubbio: la realtà esiste solo quando si cerca di rappresentarla. Il linguaggio pittorico di Savazzi è poetico, con un approccio ironico e grottesco.

 

STEFANO SPAGNOLI nasce da una famiglia di artisti, a Parma nel 1946, e si diploma Maestro d’Arte all’Istituto Paolo Toschi della città, in seguito frequenta l’Accademia di Belle Arti di Brera, Milano. Tra i suoi maestri ricordiamo Domenico Purificato, Carlo Dradi, Luciano De Vita e Remo Muratore. Del suo lavoro hanno scritto i critici Roberto Tassi, Attilio Bertolucci, Arturo Carlo Quintavalle e Mario Lavagetto. È considerato un “Fabbricatore di Immagini e Inventore di Eventi”. Dal 1981 comincia a collaborare con l’ente Fiere di Parma progettando grandi rassegne di modernariato e collezionismo nelle quali innesta più di duecento eventi collaterali. Contemporaneamente suggerisce e co-organizza grandi mostre per il Palazzo Ducale di Colorno. Parlare del suo lavoro, immenso, e della sua arte richiederebbero molto spazio, cercherò di descriverlo usando poche parole: Stefano Spagnoli interpreta con delicatezza, intensità, con toni vivaci figure che ci portano in una nuova dimensione. Fantastico ed originale, capace di inventare forme nuove e personaggi di racconti surreali. Abita in un mondo a parte, non è mai dove ci si aspetta di trovarlo. Sogna e racconta vicende rare dove interpreta e valorizza le minuzie della quotidianità, con ricordi di vita amorosa.

 

GIORGIO TENTOLINI nasce a Casalmaggiore nel 1978, si diploma in Arti Grafiche presso l’Istituto d’Arte Toschi di Parma poi all’Università del Progetto di Reggio Emilia. Inizia la sua ricerca artistica con installazioni su base fotografica per le quali ottiene da subito riconoscimenti significativi. Ogni opera nasce da una precisa e meticolosa indagine sul tempo della memoria e sull’identità in un’attenta ricostruzione che avviene attraverso lo studio della luce e delle ombre, poi incisione su strati di materiali diversi: carta, PVC, cartone, tulle e rete metallica. Un lavoro da considerare pittorico, anche se vive la realtà della scultura e più precisamente del bassorilievo. È un artista concettuale che mette a frutto le intuizioni delle ricerche ottiche e cinetiche. I suoi lavori si formano attraverso sovrapposizioni, depositi, tracce, segni che richiedono una lenta e meticolosa lettura; così l’artista ricostruisce la sua realtà dopo averla scomposta e analizzata. All’osservatore il compito di realizzare il lavoro inverso: andare oltre alla prima impressione. Le sue opere sono ombre leggere di esistenze che si incrociano, che raccontano di un corpo, di una precaria estetica, di un corpo prossimo a scadere, tutto scorre, tutto cambia.


*Per motivi di sicurezza l’accesso sarà consentito ad un massimo di 10 persone per volta. È obbligatorio indossare la mascherina.

La mostra è aperta fino a domenica 18 ottobre, sabato e domenica nei seguenti orari 10:00-12:00 / 16:00-18:00
Contatti: comunerivarolomn@gmail.com – 0376 1510576

Palazzo del Bue

Palazzo del BUE si trova nel cuore di Rivarolo Mantovano al civico 44 di Via Marconi, a pochi passi da Piazza Finzi. Dalla documentazione rinvenuta, l’edificio era già abitato nel XVI secolo dalla famiglia “Del Bue”, da cui ha preso il nome.
L’edificio è suddiviso in varie sale tra loro comunicanti, adatte sia per esposizioni, sia per piccole conferenze; è quindi un ambiente perfettamente multifunzionale.
Oggi gli spazi sono gestiti dal Comune, che ha deciso di rendere il piano terra dello stabile accessibile alla comunità, con lo scopo di promuovere iniziative pubbliche e private di promozione della cultura locale, della tradizione e dello sviluppo.

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