Ottorino Cocchi – Palazzo del Bue

PALAZZO DEL BUE Via G.Marconi, 44 Rivarolo Mantovano (MN)

Ottorino Cocchi

APERTO SU PRENOTAZIONE

FINO A VENERDì 30 APRILE

POTETE PRENOTARE LA VISITA TRAMITE LA MAIL comunerivarolomn@gmail.com

Lunedì, mercoledì e venerdì dalle 18:00 alle 20:00

 

Per guardare il video della mostra clicca QUI

 

Il bello dell’attività artistica è ch’essa pure è un’attività speculativa e che non si limita a rappresentare ma implicitamente anche a consigliare.
Che sia con l’intelletto o con i “Neuroni specchio” è sempre stato così.
La pittura (è di questo che stiamo parlando) ha le sue prerogative;
George Steiner scriveva: Nessun critico può descrivere con la parola il tocco di colore sull’occhio di un autoritratto di Van Gogh.
Io ho cominciato a voler fare il pittore a diciotto anni, ora ne ho settantasette. In tutto questo tempo ho sempre cercato la storia dell’Arte, qualcosa avrò trovato. Non sono un ingenuo.

Sono nato nell’ambito dell’ex civiltà contadina. Sono andato in bicicletta a fare i primi motorini della industrializzazione di massa. Non ho il computer e non uso il cellulare perché non li voglio. Abito dal 1986 in una ex casa colonica che per quanto isolata non sta sul limitare di un bosco ma ho il “rimboschimento” che mi vuole entrare dalle finestre. Mi piace pretendere che sia un ottimo punto di osservazione. Mi trovo piuttosto insofferente per quei “paradigmi” (?) che circolano oggi. Se non abbiamo ideologie abbiamo però un modo di intendere e di sentire costruiti in un passato prossimo di ideologie.

Non fatemi parlare di religione. Le scienze dall’Astrofisica alla Biologia e altre la raccontano in un modo che poco si lega con tutte le Mitologie finora conosciute.
Tra i filosofi che leggo non si parla più di “alienazione per la riduzione dell’uomo in merce” ma perché … “sono diventati tutti funzionari di apparato”.
Che sono ben deprimenti con gli scandali provocati dalle loro derive.
Da questo mi rincuoro sempre più coi vecchi (antiqui)
ma ben sapendo di essere qui adesso.

 

Note dal diario personale di Ottorino Cocchi, 26 settembre 2020


Ottorino Cocchi, un artista da scoprire

Nei pressi di Bologna, alla periferia di Sala Bolognese, in una casa colonica minacciata dalla urbanizzazione industriale vive Ottorino Cocchi assieme a Valeria Soverini.
La casa, sembra difendersi dalle invasioni incombenti con una cortina di rovi e spine a barriera. All’interno regna la promiscuità costante tra abitazione, magazzino di opere e studio. Nell’odore dei pigmenti e delle tele di juta grezza sono accatastati centinaia di quadri, tra già finiti, sospesi o ripensati, ripresi e rimaneggiati.
I dipinti invadono ogni stanza e ogni angolo della casa. Opere accumulate in anni di lavoro.

Ottorino è un artista, che dipinge nudi di donna, e seppur la storia dell’arte sia piena di pittori che si sono applicati in tale cimento, credo valga la pena di porre attenzione sulla sua ricerca, dato che i suoi nudi, in realtà, sono pretesto per raccontare storie legate alla natura, alle stagioni, alle congruità e incongruità dell’essere umano.
Cocchi, quando parla di sé, si compiace di dire che prende spunto, per le sue figure, dalle riviste pornografiche. Ma in realtà nelle opere di Cocchi di pornografico rimane ben poco, anzi direi nulla, e in quelle sembianze di corpi femminili, rudi o accennati, velati dalle nebbie padane si allude a ben altro.

Ottorino svela attraverso un pittura brutale, primitiva, border-line, la sua percezione e la sua ribellione contro le condizioni umane che rendono la gente succube di una società tesa alla speculazione e al profitto. Condizione questa, da Lui, mal vissuta e male accettata, intollerabile nelle sue bassezze e ipocrisie.
Le sue composizioni sono metafore di corpi natura e i colori mutano sulla tela come mutano i colori e le atmosfere nelle stagioni che nel loro vibrare suscitano nello spettatore empatici sentimenti.

Queste opere forti, cromaticamente violente, realizzate con gesti rapidi immediati rivelano accenni di corpi, ma soprattutto accenni di anime.
Si rimane inevitabilmente colpiti, attratti dal vigore espressivo ed estasiati dalla poetica che trasuda da quelle immagini potenti ma al contempo mobili e precarie.

Ottorino ama descriversi come un buon selvaggio, si tiene volutamente in disparte, evita di socializzare con la gente di potere. Si tiene in disparte come se avesse pudore di sé e del suo fare, una ritrosia che combatte contro la impellente e forte necessità di comunicare la sua idealità con il mondo che lo sfiora.

Questo comunicare, Ottorino Cocchi, lo fa egregiamente con le sue opere… sta ora al mondo scoprirlo, riconoscere le sue opere ed apprezzarle!

 

Paolo G. Conti
9 gennaio 2021


Andromeda

Ottorino Cocchi punta l’attenzione esclusivamente ad alcune parti del corpo delle modelle; i tratti fisiognomici del volto non sono mai delineati come invece lo sono i seni, la pancia, il sesso e le cosce. Questo, forse, per non fare riferimento al cervello, alla razionalità, al pensiero logico, ma piuttosto per giocare su parti del corpo legate alle pulsioni, alla sessualità, all’erotismo.
L’artista sviluppa uno studio quasi ossessivo della figura di Andromeda, personaggio della mitologia classica greca che ha ripetutamente ispirato le arti nel corso dei secoli.

Le disgrazie di Andromeda cominciarono il giorno in cui sua madre sostenne di essere più bella delle Nereidi, ninfe marine molto seducenti. Queste, offese, decisero che la vanità di Cassiopea aveva decisamente superato i limiti e chiesero a Poseidone, il dio del mare, di darle una lezione. Per punizione Poseidone mandò un mostro terribile a razziare le coste del territorio del re Cefeo che, sbigottito per le devastazioni, si rivolse all’Oracolo di Ammone per trovare una via d’uscita. Gli fu detto che per quietare il mostro doveva sacrificare la sua figlia vergine: Andromeda.
Andromeda fu incatenata a una costa rocciosa per espiare le colpe della madre, che dalla riva guardava in preda al rimorso. Mentre se ne stava incatenata alla rupe battuta dalle onde, pallida di terrore e in lacrime per la fine imminente, l’eroe Perseo, fresco dell’impresa della decapitazione della Gorgone Medusa, capitò da quelle parti. Il suo cuore fu rapito alla vista di quella fragile bellezza in preda all’angoscia.
Perseo le chiese come si chiamasse e perché fosse incatenata lì. Andromeda, completamente diversa dalla sua vanitosa madre, in un primo momento, per timidezza, neanche gli rispose; anche se l’attendeva una morte orribile fra le fauci del mostro, avrebbe preferito nascondere il viso tra le mani se non le avesse avute incatenate a quella roccia. Perseo continuò a interrogarla.
Alla fine, per timore che il suo silenzio potesse essere interpretato come ammissione di colpevolezza, gli raccontò la sua storia, che interruppe improvvisamente, lanciando un urlo di terrore alla vista del mostro che muoveva verso di lei. Perseo si lanciò contro il mostro, lo uccise con la sua spada, liberò l’estasiata Andromeda e la fece sua sposa.

Le iconografie più diffuse sono quelle di Andromeda legata alla roccia. In questo caso Cocchi lega le braccia di Andromeda ad una parete di colore dove il dinamismo dello sfondo si scontra con la presunta staticità della figura incatenata.
C’è uno spazio assolutamente chiuso e claustrofobico, al suo interno una figura che si rinchiude in questo spazio. Questa tensione, questa angoscia di non avere una via d’uscita produce una figura ferma e mobile contemporaneamente; Andromeda è colta nel vivo di una crisi, perché sa che finché non verranno l’amore o la morte non potrà liberarsi da quelle catene.

È ancora prigioniera, o è stata liberata? Scappa, o si imprigiona? Chi sta aspettando? Il mostro, o Perseo?

Le Andromeda di Cocchi stanno sul filo che divide la salvezza dalla completa distruzione, sulla soglia indicibile tra l’apparizione e la completa sparizione.
Esprime la tensione tra qualcosa che è già accaduto e qualcosa che deve ancora accadere, tra isolamento e ricerca di affetto.

Anna Bottoli
5 gennaio 2021


PRIMIERA BOLOGNESE

Specula speculum speculare (specchio)

Il primo interlocutore della mia giornata è:

“Che tempo fa?!”

Nelle carte da gioco la

Regina e …

Il gioco.

Ognuno in ogni luogo è il centro dell’universo, ci sono anche io con le mie attenzioni.

Ottorino Cocchi

 

SEGNALETICA IN RIFACIMENTO

I (tunnel di nebbia)

Sono fondamentali i cartelli specialmente nelle notti di nebbia.

Nelle Dionisee, con sacrificio del Trago sono le tragedie che hanno preso il nome, non le commedie.

Il limite (o l’ostacolo) continuano a riacquistare importanza.

Ottorino Cocchi

 

ANDROMEDA

Inevitabilmente a disposizione del meritevole Perseo.

Legata come nell’iconografia Rinascimentale il San Sebastiano

e così legata come nella pornografia.

Svelamento, premio all’eroico liberatore.

Ottorino Cocchi

 

TRINITA’

Trinità che si vuole struttura sociale delle antiche dispersioni Indoeuropee,

Che Borges in un racconto ne fece un incubo del Vescovo Ireneo incapace di conciliare l’eredità tripartita Romana col monoteismo Ebraico e che dopo un sonno risolse in Uno e Trino.

Ottorino Cocchi


Sarà possibile visitare la mostra personale di Ottorino Cocchi SOLO SU PRENOTAZIONE

Scriveteci a comunerivarolomn@gmail.com

Lunedì Mercoledì e Venerdì, dalle 18:00 alle 20:00

Palazzo del Bue

Palazzo del BUE si trova nel cuore di Rivarolo Mantovano al civico 44 di Via Marconi, a pochi passi da Piazza Finzi. Dalla documentazione rinvenuta, l’edificio era già abitato nel XVI secolo dalla famiglia “Del Bue”, da cui ha preso il nome.
L’edificio è suddiviso in varie sale tra loro comunicanti, adatte sia per esposizioni, sia per piccole conferenze; è quindi un ambiente perfettamente multifunzionale.
Oggi gli spazi sono gestiti dal Comune, che ha deciso di rendere il piano terra dello stabile accessibile alla comunità, con lo scopo di promuovere iniziative pubbliche e private di promozione della cultura locale, della tradizione e dello sviluppo.

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